Il cane da compagnia avrà un futuro?

Chi leggerà queste considerazioni molto probabilmente mi prenderà per matto; posso dire in totale serenità che non mi importa di ciò che pensa colui che non spazia con il pensiero su altre teorie e quindi proseguo nel mio ragionamento senza mai voltarmi, poiché sono convinto che su certi argomenti il tempo è veramente tiranno e più si va avanti, meno ci saranno soluzioni ai problemi.

Dite pure che ho perso il senno, ma ho la certezza che un’esigua rappresentanza della razza umana abbia capito cosa sia il cane.

E tutti gli altri? Mi verrebbe da dire che non hanno capito un cavolo. Ma andiamo per gradi…Senza addentrarci troppo in nei campi minati dell’etologia e della biologia, liberiamo la mente e facciamo delle considerazioni che devono tuttavia essere scevre da qualsiasi lettura in chiave umana di sentimenti ibridi, ovvero della reminiscenza biofilica e delle affinità elettive e collaborative che ci sono tra l’uomo e il cane, residuata nel nostro genoma. L’uomo moderno ama usare il termine “amore”, anche perché questo penso sia il sostantivo più utilizzato sul pianeta terra per dare la definizione di qualcosa di astratto e non universalmente regolato, poiché è essenzialmente una pulsione soggettiva, come soggettivo è anche il beneficio che questa condizione psichica comporta da entrambe le parti. Cosa penseranno i cani di tutte queste costruzioni mentali  che compie l’uomo non lo sapremo mai, possiamo solo apprezzare (perché sotto gli occhi di tutti), i danni cagionati da tale mentalità dilagante ai danni di questo meraviglioso genere di animali.

Non penso proprio di esagerare, vi basta andare a fare un giro in una città e notare le condizioni psicofisiche in cui vertono i poveri cani  al guinzaglio dei loro conduttori, i quali  spesso sono incapaci di cogliere qualsivoglia segnale di malessere. Fortunatamente questo bilancio non comprende la totalità dei soggetti, ma una schiacciante maggioranza.

Ora, dopo questa mia denuncia formale che spero sia condivisa da almeno qualcuno di voi, vorrei analizzare le cause di questo status senza perdere di vista il problema fondamentale, ossia il fatto che vorrei prevenire l’estinzione del cane (nel senso biologico del termine) o far si che avvenga il più tardi possibile e per cause di forza maggiore, non certo per negligenza da parte dell’uomo.

Quando parlo di cane biologico, mi riferisco ad un organismo che ha una cognizione sia fisica che psichica e non un automa privo di qualsiasi fondamento avente un futuro, se possibile, ancora più incerto e indecoroso di quello odierno.

Credo molto nei cani: la nicchia genetica in cui si sono posizionati è estremamente affascinante perché si sono conquistati, grazie a delle caratteristiche uniche in tutto il regno animale, un posto assai vicino al genere umano. A volte, grazie alle loro capacità e alle loro doti naturali, hanno cambiato il decorso della storia garantendo continuità economica e sicurezza ad intere popolazioni. Tutto questo da quasi quindicimila anni.

Grazie al sodalizio con l’uomo, in cui non è stato mai manchevole, sicuramente il primo sentimento che dovrebbe suscitare in noi il cane è quello del rispetto.

Mi è capitato di parlare con pastori, massari e fattori vari aventi come ausiliario un cane e il rispetto sopracitato è sempre trasparso da qualsiasi discorso; una profonda deferenza data da fatti concreti, da un rapporto armonioso, costruito nel tempo. Certo cani che non possono sicuramente entrare nei ring di bellezza, cani che sicuramente non mettono l’impermeabile quando piove, che non sono in cura da un nutrizionista che gli impone di mangiare solo alimenti mono proteici e gluten free. Non vanno una volta al mese dal veterinario comportamentalista e molto probabilmente vengono accarezzati di rado. Dal rispetto forse nasce una sostenibilità che rende il cane pago della sua natura, dandogli funzionalità e salute? Penso di si.

Qualcuno quando vede un cane sporco di fango in un prato che vigila un branco di pecore lo apostrofa con l’appellativo di “poverino”, quando non sa che il proprio che lo aspetta a casa, lindo e pinto, pieno di nevrosi, angosce e paure non è legato a lui da un rapporto empatico, bensì è vittima della sindrome di Stoccolma, che alimenta  una dipendenza psicologica fatta di ricatti e di deprivazioni operate dal carnefice ai danni della vittima per soggiogarla.

Sto esagerando? Può essere. Anche se purtroppo sono portato a pensare che il mio quadro non sia tanto difforme da quella che è la realtà odierna, soprattutto nel nostro paese.

Penso che abbiamo sviluppato un’idea estremamente personale di quello che è il benessere animale, alimentata molto probabilmente dal nostro concetto sociale di benessere dato dal materialismo e dall’edonismo.

La mia indignazione nasce dal fatto che c’è una richiesta sempre maggiori di cani, con una conseguente offerta sempre più generica. Se parli ad esempio a qualcuno di “socializzazione del cucciolo” strabuzza gli occhi dicendo che non ne ha mai sentito parlare o che non gliene avessero mai fatto notare l’importanza. Come se fosse facile fare arrivare le informazioni alle persone da parte degli addetti ai lavori. La realtà dei fatti è che si sceglie il cane come animale domestico con troppa facilità. Senza comprendere da prima cosa sia un cucciolo, con il suo bagaglio di relativi bisogni e successivamente cosa sia un cane adolescente e a seguire un adulto.

Organizzando puppy class per chi fa il mio lavoro, ci si può tranquillamente rendere conto di quanto sia scarso e discontinuo  l’interesse verso la socializzazione dei cuccioletti, che molto probabilmente è la parte più importante della loro vita. Un educatore, a qualsiasi livello, sa che la domanda più ricorrente è quella riferita al fatto di “insegnare” al cane a sporcare fuori. Ho visto persone strabuzzare gli occhi quando dici loro che i cani vanno tenuti in casa; che vanno portati a passeggiare almeno tre volte al giorno facendo vivere loro il maggior numero di esperienze (positive) possibili. Il dramma è che costoro possiedono già un cane, ma non hanno la mentalità necessaria o l’organizzazione per poterlo gestire.

Il sistema è sbagliato. E’ troppo facile acquistare un cane e capita troppo soventemente  che nessuno in tutta la filiera dia delle linee guida per comprendere le basi minime secondo cui operare per non fare dei danni, affinché  la convivenza con un cucciolo prima e con un adulto poi, non diventi una sorta di inferno.

Siccome la questione  è piuttosto vasta e va a lambire la complessa varietà dei fenomeni sociali c’è bisogno di ulteriore chiarezza, prima di proporre una riforma. Siamo in un paese in cui ci sono sempre più matrimoni non procreativi per svariati motivi uno tra tutti l’impossibilità economica di mantenere la prole. I figli lasciano le famiglie sempre più tardi e spesso non per sposarsi ma per avere una loro indipendenza o per questioni lavorative. Viviamo in un’epoca incerta in cui il cane, all’interno di un nucleo di persone, può fare da surrogato oppure andare a colmare uno spazio vacante (sindrome del nido vuoto) in cui, con la sua presenza, da continuità ad un progetto  familiare nel momento in cui, soprattutto i figli, lasciano la casa paterna oppure tradiscono le aspettative di uno dei due o di entrambi i genitori. Eticamente, previa una forte elaborazione psicologica da parte mia, credo sia anche giusto che il cane sia un elemento sostitutivo all’interno di una famiglia, poiché, pensandoci, forse è l’essere più simile all’uomo dal punto di vista empatico. E’ chiaro che dovendo analizzare i cambiamenti globali che nella storia avvengono grazie a complesse fenomenologie, i compiti che prima il cane era chiamato a svolgere di evidente carattere pratico, ora sono per lo più legati al suo valore sociale: quindi aldilà del mio scetticismo verso il compito di essere “un animale da compagnia”, facendomene una ragione, devo dire che in questo senso, il cane, un’altra volta, è  riuscito a riciclarsi a dovere. Qualche decennio fa prima di prendere un cane si pensava molto bene al motivo per cui ci dovesse essere in casa un’altra bocca da sfamare. Oggi, siamo ben lungi da un’economia di sussistenza atta a cercare di mettere insieme dei pasti dignitosi; il cane è diventato uno status symbol: tale condizione, tuttavia, comporta la riduzione al minimo di qualsiasi criterio logico, rende  difficoltosa qualsiasi possibilità di creare un’altra forma di approccio alla cinofilia, poiché dove sta il vuoto ideologico non c’è alcuna volontà di capire.

Mi è capitato di parlare con delle persone che sostegono con convinzione la tesi secondo cui educare un cane e magari svolgerci insieme uno sport cinofilo potrebbe essere dannoso. Alcuni si coprono dietro al fatto che vengano usati dei metodi coercitivi e non vogliono rischiare. In realtà questo modo di pensare ha solo favorito una sorta di pensiero parallelo secondo cui il cane sia solo preposto a fare compagnia. Se possibile anche la commercializzazione di questi animali ha preso le sembianze di una sorta di gigantesco bazar in cui di fianco alla cinofilia ufficiale che tenta di sopravvivere, vi è una sorta di mondo parallelo atto esclusivamente ad evadere delle richieste commerciali. Siano anche soggetti adottati in canile per cui non c’è un vero e proprio esborso da parte del privato per l’acquisto del soggetto, ma una più complessa rete di finanziamenti e di donazioni ( questo non vuole essere un attacco ai volontari che si prodigano a fare qualcosa in cui credono, sia ben chiaro, ma alla classe politica, che legifera senza conoscere le realtà specifiche).

Non è questa la sede per parlare di allevamenti, di negozi e di associazioni, tuttavia tanto dipende anche dalla qualità del lavoro svolto da parte di chi ha scelto gli accoppiamenti (quando si fa selezione), gestito i cuccioli e scelto a chi affidarli. Tante volte basterebbe che un allevatore offrisse le giuste informazioni e la giusta comprensione del cane ai neofiti; tale supporto sarebbe sufficiente a far compiere loro, nell’immediato, i passi giusti che portino inderogabilmente alle figure professionali corrette.

Quanti pensano al cane come un’animale senziente, dotato di personalità, autostima e bisogni individuali troppo simili a quelli dell’uomo per poterli ignorare? Penso molto pochi.

La mia proposta verte essenzialmente sulla possibilità da parte dei media e degli addetti ai lavori di interrompere quel flusso di informazioni mendaci che tende a far apparire il cane innanzitutto un giocattolo e conseguentemente una vittima di un sistema che è basato essenzialmente sulla mancanza di conoscenza.

Sono portato a pensare che se l’impegno mediatico che si pone d’innanzi a tutta questa informazione spazzatura fosse impiegato per fare degli approfondimenti atti ad arricchire il bagaglio nozionistico degli individui sui tanti aspetti che sono oscuri del mondo dei cani, il problema sarebbe quasi totalmente risolto.

Auspico che chi lavora nell’ambito della cinofilia, debba trarre da un’aumentata coscienza civile in ambito del riconoscimento dei bisogni vitali e del valore assoluto che hanno i cani un privilegio non indifferente.  Se tutti fossero più consapevoli si riaggiusterebbe il tiro su ciò che concerne le selezioni delle rispettive razze, sulla qualità del lavoro e sull’aumento di binomi che frequentano campi e centri cinofili in maniera stabile. Per il neofita o il privato si aprirebbe un intero mondo costellato da soddisfazioni e consapevolezze, potendo anche si saggiare la scoperta di sentimenti complessi verso i nostri begnamini che non si basino necessariamente su degli automatismi mentali o su delle basiche pulsioni. Si costruirebbe il nostro rapporto uomo-cane sull’empatia in modo da poter apprezzare la personalità del cane, le sue peculiarità psichiche satollate dall’intelligenza sociale, sviluppabile solo con la giusta interazione che ha il soggetto con l’ambiente, le persone e con la possibilità di poter lavorare secondo le proprie inclinazioni naturali.

Sicuramente per i cani, per i loro compagni umani e per gli addetti ai lavori si tratterebbe di un epocale rivoluzione con degli enormi vantaggi. Tuttavia credo che a molte categorie di persone che orbitano attorno al mondo dei cani, non farebbe piacere che le “masse” ricevano un’adeguata istruzione cinofila, poiché il guadagno di certi è alimentato esclusivamente dall’ansia generata  dalla mancanza di conoscenza nei possessori di cani. L’ignoranza genera paura.

Se si invertissero i canoni tutti potremmo andare nel verso giusto ed il cane avrebbe un  futuro meno fosco e incerto. La riforma dovrebbe partire proprio dall’educazione familiare. Ciò che si sa su questi splendidi animali, la possibilità di poter conviverci e le loro doti lavorative e caratteriali, sono tutti elementi che dovrebbero essere presi come un bene comune di inestimabile valore, anche e soprattutto dal punto di vista sociale.

Riusciremo ad attuare questo cambiamento in nome e per conto del più nobile degli animali domestici? Saremo in grado di farlo ritornare ad essere una risorsa e non una specie parassita come ormai è evidente che stia diventando? E’ la cosa che mi auguro di più al mondo.